Che domande

“Come è andato il viaggio?”

Domanda ricorrente, riproposta in svariate lingue in questi giorni, una domanda che ha percorso l’oceano e ha continuato a far vibrare il cellulare e a movimentare la posta elettronica.

“Come è andata?”

Ma come volete che sia andata? Solo chi ha fatto questo viaggio almeno una volta sa di quale fatica immane sia intrisa questa staffetta, ma solo chi l’ha affrontata con due bambini piccoli può capire veramente, e chi capisce veramente non chiede, ti compatisce in silenzio. E basta.

L’aereo da Roma-Fiumicino di porta a Londra-Heathrow, dove ormai conosci tutti i bagni, le nursery e gli spazi giochi per bambini, ma soprattutto i posti dove si mangia meglio e a prezzi accessibili (consiglio fortemente Pret-a-manger). Poi da Londra devi rifare il check-in, recuperare il passeggino che vaga su qualche nastro bagagli per l’errore e l’inefficienza di Alitalia (i cui dipendenti sono ostentatamente bugiardi, e le bugie sono l’aspetto più fastidioso della vicenda), e imbarcarti per Los Angeles. Il volo è lungo, lo sky couch aiuta, ma il tuo secondogenito ha deciso che l’aereo è bello e riposare sarebbe un peccato, quindi corre, urla e socializza con tutti stabilendo un record e non dormendo per circa 24 ore. Praticamente un rave party. Al quale non hai deciso tu di partecipare. L’Air New Zealand poi si è dimenticata di riservarci i due child menu quindi, oltre all’insonnia, pure il digiuno…Ma va bene così, siamo allenati e alla fine si deve pur arrivare e l’incubo deve pur finire prima o poi. Infatti finisce e ci ritroviamo al LAX, l’aeroporto oggettivamente più brutto e cadente del mondo, vai a capire poi perché. Pensare che sia finita però si rivela un errore, ci sono i controlli (doppi, tripli e quadrupli) dell’immigration, i cui impiegati ricordano vagamente i dipendenti pubblici italici: scazzati, frustrati, annoiati e desiderosi di vendetta. Gli Americani vogliono stare tranquilli e quindi impronte digitali, foto, controllo della retina, domande su domande e non gli importa che ci hanno rilasciato mille volte i visti e che le nostre impronte e le nostre retine le hanno già viste mille volte. No. Tutto da capo, fila compresa, nonostante le creature provate che fremono. Passati i controlli nostri ci devono ri-ri-ricontrollare le valigie, ci squartano i pacchi di riso Flora (quello parboiled, per fare i risotti al dente) e poi, finalmente, siamo fuori dall’aeroporto. Si crepa di freddo: siamo sicuri di essere atterrati a Los Angeles? A giudicare dalle esili palme sembrerebbe di si. A questo punto ci mettiamo ad aspettare la navetta della Hertz che ci porta nell’ufficio dove ci consegnano la macchina, anzi il megamacchinone, dotato di super-portabagagli per le valigione e di due seggiolini. Le pratiche vengono risolte abbastanza rapidamente e dopo mezz’ora siamo in macchina, pronti a partire per Santa Barbara, mancano 90 miglia e circa un’ora e mezza di autostrada, il quasi prof. è annientato ma io, ottimista come al solito gli dico: “Io non ho sonno. Non ti preoccupare. Ti tengo compagnia.” Dopo quaranta minuti mi sveglio nel parcheggio di Denny’s, noto fast food per obesi, dove il quasi prof. ha deciso di dormire per venti minuti e ordinare una redbull, perché la cocaina a quest’ora non sappiamo dove rimediarla. Dopo essersi riposato e drogato, il quasi prof., che faranno presto beato, si rimette in moto. E io mi riaddormento all’istante. E’ più forte di me. Non so che farci.

Arriviamo nella nostra nuova casetta di Santa Barbara quando è quasi mezzanotte e stiamo in viaggio da ventisette ore e le temperature sfiorano follemente e incredibilmente gli zero gradi. La casa, dai soffitti altissimi (manco fosse una cattedrale gotica) è ghiacciata. Accendiamo i riscaldamenti e ci mettiamo a mangiare, con lo sguardo perso nel vuoto, i panini con insalata di pollo dell’Air New Zealand, mentre i bambini si ingozzano di latte e cereali. Messaggiamo l’Italia, inviamo qualche foto per documentare l’aspetto devastato della nostra famiglia, l’occhio di Apo è ancora a mezz’asta, ma sta evidentemente per cedere. Dopo un po’ siamo tutti nei letti, comodi e freddi, delle nostre nuove e accoglienti camerette. Si spengono le luci, tacciono le voci e sveniamo tutti e quattro.

Come è andato il viaggio? Ma che domanda è? Non è un viaggio, è una tortura, un gioco al massacro. E’ un’esperienza mistica che serve ad espiare una moltitudine di peccati e mentre la vivi stai in apnea, non ti fai domande e non pensi, tanto sai che qualsiasi cosa accada, prima o poi l’incubo dovrà finire. Per cui smettila di chiedere, o curioso e ingenuo domandatore,  resta in silenzio, compatisci e simpatizza con i pendolari intercontinentali e, se proprio vuoi renderti utile, spegni ogni apparecchio elettronico e rispetta il sonno di chi, superato l’ostacolo del viaggio, inizia a combattere il suo prossimo nemico: il fuso.

Come è andato il viaggio? Il viaggio è finito. Questa è l’unica cosa che so ed è anche l’unica cosa che conta.

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19 thoughts on “Che domande

  1. ti compatisco, ti capisco, sono solidale.
    Io ho deciso di tornare una volta l’anno in italia perche’ stare 2 milioni di ore in aereo con una bambina piccola che non si spegne mai e’ un’esperienza terrificante, non si puo’ raccontare, si deve solo dimenticare. E hai ragione sullo sguardo perso nel vuoto, e’ proprio cosi’. E quello che mi da la forza di affrontare il viaggio quella volta l’anno e’ che “prima o poi deve finire”.

    valeriascrive

    • Valeriascrive! Ti leggo da un po’ e la SBarcata mi aveva parlato di voi…perchè non fate una gita a Santa Barbara così ci conosciamo?
      P.S. Pensa che noi, spavaldi, l’esperienza terrificante del viaggio Roma-Santa Barbara la faremo 3 volte in meno di un anno stavolta, e non con una ma con due pesti bubboniche. Da suicidio.

  2. Ciao, è un po’ che ti leggo e ogni volta mi ritrovo appieno in quello che scrivi. Sarà che le esperienze sono più o meno comuni…
    Noi sono già due anni che torniamo in Italia solo una volta all’anno, con una sola bambina che devo dire è sempre stata brava e ci ha sempre facilitato il viaggio “della vita” perché ogni volta sembra così… E poi c’è da dire che un altro vantaggio è che noi siamo sulla East cost e sono un bel po’ di ore in meno. La prossima volta però che faremo questo viaggio saremo in 4… vedremo!!!
    Bentornati negli Usa!!!

  3. Ecco, io dico sempre che e` come il parto. Per fortuna te lo dimentichi altrimenti non lo faresti piu`!
    Piena solidarieta`, e` finito, tirate un respiro e godetevi le palme! Che bello se vi conoscete…mi mancate tutti!!!

  4. bello questo post, quasi quasi te lo link sul mio blog.. e cmq mi hai dato un bel suggerimento: Come è andato il viaggio? Ma che domanda è? Non è un viaggio, è una tortura!
    con due piccoli, non ti invidio proprio.. io con uno, ma praticamente senza marito, forse il rapporto e’ lo stesso (1 a 1).
    io ormai ci ho fatto l’abitudine a non mangiare in 24 ore quando si viaggia da casa a casa :-/

  5. Sono un’amica di MARICA, italiana e stanziale, senza figli, per cui no, non potrò mai capire. Il tuo post, bello, mi è anche utile per evitare gaffes del cavolo. Un grugnito di compassione, occhi al cielo e si parla d’altro!

  6. Ahaahaha mi ha fatto troppo ridere questo post…ho trovato il tuo blog e ho scoperto che abitiamo “vicini” (io zona los angeles). Cmq solidarietà nei tuoi confronti…noi ne abbiamo tre di figli infatti non ritorniamo mai in italia, sarebbe un suicidio. 🙂

  7. infatti io capisco…. e non domando… chissà perchè mi sembra tutto un pò (ma solo un pò) simile alle mie partenze per le vacanze estive con 5 figli!!!!

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