All’improvviso

E poi d’un tratto l’era della disoccupazione è finita. Meno male. Una gran fortuna, non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Io però di lavoro ne volevo uno, non tre, per cui mi destabilizza un pochino il fatto che, all’improvviso, mi ritrovo a dovermi barcamenare tra un liceo scientifico di periferia, un gruppo di quindicenni stranieri – al momento per lo più muti – che spera di imparare l’italiano e una classe di italiani la cui prof. di lettere è andata in maternità. La gestione contemporanea di casa-famiglia-figli-lavoro comincia ad assomigliare ad un esercizio acrobatico sotto il quale nessuno ha messo una rete di protezione e l’equilibrio, sempre troppo precario, della mia testa viene continuamente messo a dura prova. Per fortuna in tutta questa situazione è venuta in mia aiuto una baby sitter automunita, che, quando la batteria della sua macchina decide di funzionare, va a prendere i miei figli a scuola e li porta a giocare al parco. Perché io, mentre Bibi e Apo escono dalla loro classe, sto insieme a cinque filippini e ad una peruviana a cantare Azzurro il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me, a giocare a bingo con gli infiniti dei verbi e a fingere improbabili scenette che si svolgono a scuola, al supermercato o in una palestra. Loro, i filippini, sorridono in silenzio e mi danno sempre ragione. Sono dolci ed educati ma cosa si affolla nel loro cervello in questo momento a me non è dato sapere. E meno male che l’altro giorno gli ho fatto ascoltare “La solitudine” conquistandomi, una volta per tutte, la loro stima: le ragazze alla fine della lezione si cimentavano in acuti spaventosi e per la prima volta chiedevano il significato delle parole, mentre l’unico maschio, il metallaro con lo smalto nero sulle unghie, si è commosso e, con le guance rigate di lacrime, mi ha detto che gli manca la fidanzata rimasta nelle Filippine. A saperlo gliela facevo conoscere prima Laura Pausini!

La mia casa è quasi sempre un disastro, perché le lunghe e calme mattinate casalinghe sono ormai solo un pallido ricordo: ora di mattina sto a scuola ad interrogare degli agitati ragazzotti – pieni di energie e di sarcasmo – sulla quarta declinazione e sui significati della perifrastica attiva, e mi tocca anche spiegargli per filo e per segno quello che è successo negli ultimi decenni del I secolo avanti Cristo. Come se non bastasse la direttrice della scuola privata dove insegno ai filippini mi ha chiesto di sostituire una professoressa di lettere che sta per partorire. E io ovviamente ho detto di si. Perché se i lavori che fai sono tutti precari, provvisori e dotati di una data di scadenza, non puoi mai dire di no a niente e a nessuno.

Chi mi conosce sa che questi per me sono sogni che si realizzano. Chi mi conosce meglio sa anche che le mie insicurezze e il mio frequente senso di inadeguatezza a volte possono giocare brutti scherzi. All’inizio tutto è stato nuovamente avvolto dal panico e dall’agitazione; le notti insonni passate a ripassare la grammatica latina e la tarda età repubblicana non hanno aiutato a tenere alto lo spirito, per cui dopo qualche giorno, lo ammetto, la tentazione di scappare, mollare tutto e tornare alle gioie idilliache della disoccupazione è stata fortissima. Poi però ci ho preso gusto, oppure mi sono ambientata, o forse ho capito che il lavoro che ho sempre desiderato fare è in effetti proprio quello che mi riesce meglio.

Però, ad essere sinceri, c’è anche un altro fatto che mi ha fatto cambiare idea. Li ho guardati bene questi quindicenni, i romani, i filippini e i peruviani e ho visto qualcosa che mi ha molto interessato. Ho capito che sono spavaldi, diretti, sinceri, a volte irrispettosi. Sono indifesi, perché una parte di loro è ancora bambina mentre l’altra preme per diventare grande. Sono divisi, insicuri, troppo emotivi. Sono molto curiosi, e nei rari momenti in cui riesci ad interessarli veramente cala il silenzio nella classe e loro ascoltano ogni virgola e ogni sfumatura di quello che dici; con quegli occhi ti osservano, scrutano con attenzione tutto quello che fai. Bisogna stare attenti perché la fiducia che ripongono in te è disarmante e la responsabilità che ti consegnano pesa addosso come un macigno. Eppure quando torno a casa, ogni giorno, ripenso a quegli occhi che non hanno paura di sostenere il mio sguardo: mi sfidano, mi giudicano, mi apprezzano, mi odiano. In queste scintille ci vedo qualcosa: una vitalità, un candore, un tormento, una miriade di storie possibili che non so proprio come potrebbero andare a finire. Storie che varrebbe la pena stare ad ascoltare, storie alle quali vale la pena, nonostante tutto, partecipare.

Annunci

Le stelle

Chi mi dice che mi sono arenata, chi mi dice che ho perso l’ispirazione, chi mi dice che mi sono persa io. Non scrivo più. Non mi va. Non mi serve.

I ritmi romani sono frenetici, è difficile trovare il tempo per fermarsi, per riflettere e buttare giù qualcosa. E poi la vita italiana non rappresenta una novità né per me che scrivo né per chi mi legge, visto che siete quasi tutti italiani, anche se vivete sparsi per il pianeta.  Di che dovrei parlare: dell’inserimento di Apo al nido? Dell’inizio della scuola per Bibi? Tanto si sa, è quello per tutti, non ho nulla di originale da aggiungere a parte il fatto che credo di avere dei gravi pregiudizi nei confronti delle maestre dell’infanzia, italiane, californiane o messicane che siano: sono arrivata alla conclusione che siano universalmente un po’ bugiarde e spesso intellettualmente limitate e mi scuso con chi ha una mamma o una sorella maestra ma io la vedo così e non è certo colpa mia.

Dovrei forse raccontarvi del cambio di stagione? Perché qui mica stiamo in California, nell’eterna primavera, a Roma esistono le stagioni (ma quelle di mezzo non più, lo sanno tutti) quindi tu a fine settembre prendi la scala, sali in soppalco, ti carichi scatoloni enormi sulle spalle pieni di maglioni e stivali e li porti giù per poi scoprire che a metà ottobre è tornata l’estate: il sole che picchia, i cieli nitidi e le magliette a maniche corte da cercare di corsa nello scatolone dell’estate. Perdonatemi ma non mi sembravano argomenti interessanti.

Avrei forse dovuto parlare del mio bellissimo lavoro con i brasiliani? Avrei potuto, ma l’Italia è una nazione fondata sui rapporti di lavoro occasionali e quindi quel progetto è finito, i brasiliani hanno iniziato l’università e io sto a casa, in attesa di qualcosa di nuovo. Potrei lamentarmi del fatto che in Italia è difficilissimo trovare lavoro, ecco forse potrei scrivere un post di denuncia per scatenare il dissenso e organizzare una manifestazione in piazza. Sarei falsa però. Perché io di questa casalinghitudine forzata con allegati figli a scuola fino alle quattro per ora non mi posso lamentare. Ho scoperto che dedicare del tempo a me e agli altri, con calma e senza orari stabiliti, è una ventata di libertà che non mi sferzava da tempo.

Ho scoperto che quando non hai orari di lavoro da rispettare e bambini piccoli da accudire ti puoi permettere di andare a trovare le persone ammalate, dimenticate e trascurate per colpa della vita delle grandi città che corrono troppo e non si fermano mai. Ho anche scoperto che ho tempo di andare a trovare quella mia amica che abita in centro e, siccome non ho fretta, posso parcheggiare al Celio e continuare a piedi, scendere le scalette e passare accanto a S. Clemente,  la chiesa fatta a strati come le lasagne, e, sempre siccome ho tempo, posso anche decidere di entrare a rivedere gli affreschi e la prima iscrizione in volgare italiano che sia mai stata scritta, che poi è un fumetto e ha anche le prime preposizioni articolate (dovevo mandarci i brasiliani in pellegrinaggio!). Poi Uscendo dalla Basilica, con calma, senza fretta, mi avvio verso casa della mia amica, ma con la coda dell’occhio mi viene spontaneo dare una sbirciatina a sinistra: il Colosseo. Immobile, pigro e saggissimo. E’ lì che aspetta fermo e sembra aver sfondato la quinta di cielo azzurrissimo e nuvoloni che gli si staglia dietro.  Roma è fedele, non cambia mai, sei tu che ogni tanto ti stufi e la tradisci, ma lei non ti rinnega. E ti aspetta ferma.

La casalinghitudine temporanea non è da buttare via. Si trova persino il tempo di andare in una chiesa di periferia ad ascoltare un professore bergamasco che parla di Dante come se fosse un amico di famiglia. E scopri che a quanto pare la Divina Commedia, se la interroghi, ti risponde e che Dante, se glielo chiedi, ti può salvare la vita, o almeno può farti venire voglia di averla salva, la vita.  Mi ha ricordato che si può vivere all’altezza dei propri desideri, che le nostre domande hanno un nesso con il Cielo e che il desiderio più grande, quello condiviso da tutti, in ogni tempo e in ogni luogo, è quello di uscire a rivedere le stelle.

Forse è per questo che scrivo di meno, perché ho scoperto che il tempo al di fuori del lavoro e della cura dei figli si impiega meglio sotto il cielo, ci sono troppe cose lì fuori che preferisco fare in questo momento rispetto alla piccola prospettiva che si scorge stando seduti dietro lo schermo di un computer.

Dante mi ha fatto venire in mente che le stelle sono sempre le stesse, anche se a Santa Barbara sono particolarmente belle perché sembrano più grandi e più vicine, ma forse ciò che conta – in Italia e nella California del Sud – è trovare il tempo di recuperare il nostro rapporto con le stelle dantesche, di fermarsi ad indagare, di andarlo ad interrogare di persona questo cielo stellato.

Palme, spaghetti e un po’ di manioca

È successo all’improvviso, nel bel mezzo dell’estate, mentre, ignara di tutto, me ne stavo in Puglia a prendere il sole e ad ingozzarmi di orecchiette. È stato un nuovo inizio, del tutto inaspettato e molto entusiasmante.

E così a fine agosto ho iniziato a lavorare: insegno l’Italiano agli stranieri, per essere più precisi insegno l’italiano a 28 brasiliani di livello elementare con un corso superintensivo: sei ore al giorno tutti i giorni. Pensavo sarebbe stato un massacro e invece si sta rivelando un’esperienza fantastica. È proprio successo: ho trovato il lavoro per me, me lo sento cucito addosso, come un abito su misura. È molto difficile fare una sintesi di quello che ho fatto e pensato nelle ultime settimane, sono entrata in questo vortice e ancora mi sembra tutto irreale. Qualche rapida impressione però la posso mettere insieme, perché in questo periodo ho fatto delle scoperte davvero interessanti. Per esempio.

– I Brasiliani sono un popolo meraviglioso, è sempre sbagliato generalizzare ed emettere giudizi su un popolo intero ma io li amo. Perdutamente. Tutti.

– Insegnare l’italiano a persone che parlano portoghese è una cavolata, le strutture grammaticali si assomigliano, le parole pure. Spiego le cose e le capiscono al volo. Non sono abituata (e spero che i Californiani non se ne abbiano a male).

– In Brasile ogni persona ha sette nomi e cinque cognomi, e per chi deve fare l’appello questa non è una bella cosa (tipo: chi di voi si chiama Fernanda Maria Anne Esther Ribeiro De Almeida Pereira Lopes De Oliveira?)

– Gli alunni della mia classe sono tutti educati, rispettosissimi, sempre sorridenti, solari, espansivi, intelligenti e studiosi. Ci deve essere l’inghippo da qualche parte e ho quasi paura di scoprirlo.

– A lezione, gira che ti rigira, si finisce sempre a parlare di cibo e di piatti tipici tradizionali, sia italiani che brasiliani. Mi sto facendo una cultura, so tutto sul brigadeiro, sul pão de queijo e su una bevanda che non ricordo proprio come si chiama ma è calda, amarissima e si beve con una cannuccia di metallo.

– I giovani brasiliani si fidanzano con molta facilità: il primo giorno sembrano soli e impauriti, un po’ timidi, dopo una settimana durante le pause li vedi avvinghiati e sbaciucchiosi, dopo due settimane si organizzano a coppie per trascorrere un romantico weekend a Venezia.

– Sono adulti ma molto giovani, a volte se li guardi negli occhi sembrano ancora bambini. Hanno nostalgia di casa, della cucina della nonna, del riso con i fagioli (piccoli e scuri, troppo diversi dai nostri) e di un po’ di manioca, che io non so nemmeno che è.

– Insegnare l’italiano cantando le canzoni per fissare le regole grammaticali è un metodo che non sempre funziona, a volte dà risultati discreti ma a volte è meglio lasciar perdere. Ogni volta che ci provo lo faccio con qualche indecisione. Con i brasiliani è tutta un’altra storia. Gli ho messo Loredana Berté per insegnargli il passato prossimo: al primo ascolto muovevano le teste, al secondo cantavano tutti (intonatissimi), al terzo hanno cominciato a ballare. Con Alex Britti poi (che è una risorsa inesauribile di lessico, futuri e verbi riflessivi) sono completamente impazziti.

– La vita in Brasile deve essere molto easy, rilassata e rilassante. E così ti può capitare di avere qualcuno che entra in classe a piedi nudi, altri che, mentre ti ripetono la coniugazione dei verbi  irregolari, tirano fuori un tramezzino al formaggio, un cornetto alla crema e continuano a parlarti masticando, altri ancora che pensano che sia meglio stare comodi e mentre tu spieghi il ne partitivo si stendono su due sedie e si mettono attenti ad ascoltarti.

Io di fronte a tutto ciò mi pongo come una spettatrice estasiata, capace solo di osservare e di accettare tutto quello che di più bello e intrigante arriva dalla diversità delle persone. Sono veramente felice di questa opportunità arrivata per caso, dopo una strana congiuntura di eventi e persone o forse per un intervento generoso e indiscreto di qualcuno che mi osserva in silenzio ma con attenzione dal cielo.

Stranezze (nostre e loro)

Anche se gli spaghetti a quanto pare ci terranno legati a loro per un bel po’, grazie a Dio i legami con le palme non vengono a mancare: abbiamo visto che si possono coltivare e mantenere vivi anche da qui. La settimana scorsa, per esempio, siamo andati a trovare la famiglia Z. nel loro casale in Toscana. Dopo essere stata per qualche anno l’insegnante di italiano dei loro figli a Santa Barbara siamo diventati amici, e visto che passano ogni anno l’estate in Italia, siamo andati a salutarli. Mentre pranzavamo insieme sotto al bel pergolato verde e ci mangiavamo un piatto – scotto – di pasta al pomodoro, per fortuna innaffiato da un ottimo vino italiano, Bob e sua moglie ci hanno cominciato a fare domande sull’Italia, un paese che senza dubbi adorano ma del quale continuano a non capire molto.

“Ma è vero che esiste in Italia un politico molto importante che ha detto ad un ministro di colore che somiglia ad una scimmia? – Ma è inaccettabile! Negli Stati Uniti una cosa del genere sarebbe impossibile, e se succedesse il politico verrebbe cacciato dal governo, dal partito, dalla politica per sempre! – Ma è vero che Berlusconi viene ancora votato dagli italiani? Ma come è possibile che ci sia ancora chi lo difende?  – Ma è vero che una commessa ha detto a Oprah Winfrey che non si poteva permettere di comprare una borsa firmata? E è vero che la commessa era italiana? Possibile che gli italiani non conoscano Oprah??? Molti negozi in questa zona stanno chiudendo.  Perché in Italia nessuno fa niente contro la crisi? Gli Italiani dovrebbero bla bla bla, l’Italia potrebbe fare bla bla bla, se non fate bla bla bla non so cosa  bla bla bla…”. Tutti curiosi i membri della famiglia Z. , facevano un sacco di domande su fatti che ritenevano bizzarri,  su eventi che dal loro punto di vista erano difficili da decifrare. Non c’era malizia nelle loro domande, eppure quel tono paternalistico che hanno molti stranieri quando parlano di Italia, Italiani e Italianità mi inizia ad infastidire non poco. Per carità abbiamo i nostri difetti, le bassezze dei politici ce le dobbiamo sorbire, i razzisti ci sono però basta con tutti questi consigli su come dovremmo comportarci e sugli errori che facciamo. Bla. Bla. Bla.

Il bagno nella piscina a filo sulla campagna senese è stato notevole, la merenda a base di frutta è stata rinfrescante, la giornata nel suo complesso piacevole, il viaggio di ritorno, tra colline biondeggianti, scorci medievali e campi di girasoli davvero bellissimo. La macchina si inerpicava tra le curve su per le colline, giù lungo un ruscello, attraversando paesini fatti da poche case; in certi tratti la strada era tortuosa e in altri i campi cambiavano dal marrone al giallo al verde. Eppure tutta quella bellezza non mi toccava, anzi nemmeno la vedevo.

Il giorno dopo, mentre leggevo il giornale in spiaggia, ho scoperto la storia di Nabil, un ragazzo algerino che ha passato gli ultimi 11 anni nel carcere di Guantanamo. Guantanamo? Ma non la dovevano chiudere? Nell’articolo vengo a sapere che all’inizio Nabil nemmeno stava in una cella ma in una gabbia di rete metallica e filo spinato, che non aveva un letto né coperte, dormiva sul cemento. Che ha subito molte torture: privazione di sonno, deprivazione sensoriale, temperature estreme, isolamento prolungato, privazione della luce del sole. Eppure non è mai stato accusato di nessun reato. Oggi è ancora a Guantanamo, è depresso e angosciato e da febbraio ha iniziato lo sciopero della fame. Nabil, come molti altri, non costituisce una minaccia per gli Stati Uniti d’America, è un “errore” della guerra al terrore. Centinaia di altri arabi sono stati inghiottiti da Guantanamo senza un’imputazione precisa: nessuna ammissione di colpa, nessuna scusa ufficiale, nessun risarcimento da parte del governo americano. Mentre finivo di leggere l’articolo sono stata interrotta da un suono fortissimo, un rombo: ho alzato la testa e  ho visto un aeroplanino che svolazzava sul litorale portando orgogliosamente sulla coda la scritta: “Forza Italia – Forza Silvio”. In spiaggia qualcuno ha applaudito, qualcuno ha sghignazzato, altri hanno scosso la testa e si sono rimessi sul lettino a prendere il sole.

Io ho chiuso il giornale, ho guardato scoraggiata verso il mare, poi ho di nuovo alzato gli occhi al cielo: niente più aerei, solo l’azzurro del cielo con qualche sfumatura di nuvola e gli aquiloni dei venditori cinesi, a forma di Batman e di drago rosso. E mi è venuto da pensare che c’è molto da fare nel nostro paese, che ci sono tante cose da cambiare, che prima o poi qualcuno si dovrebbe ribellare, ma sai che c’è? Che se proprio dovessi scegliere tra le vostre e le nostre stranezze, cari amici americani,  mi sa che  proprio che mi terrei le mie. Perché  anche noi troviamo bizzarre alcune vostre anomalie e anche voi in quanto a scelte spregiudicate non scherzate di certo. Se proprio dovessi scegliere tra Guantanamo e Calderoli mi tengo Calderoli, mi tengo la commessa sfigata che non conosce Oprah, mi tengo la crisi e mi tengo pure Berlusconi, nel bene e nel male. Guantanamo però tenetevela voi. E tenetevela stretta.

Bibi tra due mondi

– Mamma guarda, ho disegnato te e papà da vecchi: avete gli occhiali, la bua alle braccia e state seduti in poltrona. Avete anche la corona da principe e da principessa. Vivete a Roma però, perché a Santa Barbara i castelli nemmeno esistono!

– Bellissimo!

– Mamma ma la scuola nuova di Roma è grande?

– Si, abbastanza.

– Fino al cielo?

– Si.

– Fino a mia nonna?

– Si, quasi fino a nonna…

– E ci stanno tantissimi bambini di 4 anni?

-Si, tantissimi.

– E mi capiscono?

– Certo che ti capiscono.

– Ma allora sono italiani!

– Si.

– Ma allora ticce Seua (1) si chiama Sara?

– Mah, non lo so…

– Oggi l’animatore parlava in inglese. Diceva play, song e kids. Io sono andata da lui e gliel’ho detto: “Guarda che qui siamo a Viasssse (2) in vacanza, siamo anche a Roma, mica siamo a Santa Barbara. Non c’è mica il mare qui! Anzi no, il mare c’è però qui si parla solo l’italiano!”

– E lui che ti ha detto?

– Niente. Ha continuato a parlare in inglese.

– Ah.

– Mamma?

– Che c’è?

– Gli animatori sono matti.

– …

– Mamma ma tra poco è Natale.

– No, tra cinque mesi è Natale.

– Mamma facciamo una cosa: a Natale restiamo a Roma perché a Santa Barbara fa caldo a gli alberi di Natale lì sudano. Poverini! Meglio che restiamo a Roma, vero?

– Ok.

– Mamma?

– Se vuoi però andiamo a Betlemme.

– (???)

Le vacanze al mare servono da sempre anche a dialogare con i figli, a capire quello che pensano, chi sono diventati mentre tu eri distratto da miriadi di altre faccende/pensieri/incombenze. Io e Bibi per esempio – mentre il fratello si faceva le sue tre ore quotidiane di siesta e il padre lavorava – l’altro giorno abbiamo parlato un po’, lei davanti a un librottino sul matrimonio tra la sirenetta Ariel e il principe Eric, io sfogliando il romanzo di una siciliana col cognome inglese. Sedute nel terrazzino sul mare di un miniappartamento al Gargano ci siamo fatte una bella chiacchierata, portata avanti da una logica ferrea che solo la mente di una quattrenne può generare. E dopo ho capito qualcosa in più su di lei, su quello che ha viaggiato nei suoi neuroni nell’ultimo anno di vita italo-californiana, sulle sue preferenze, le sue difficoltà, i suoi desideri. Bisognerebbe andarci più spesso in vacanza al mare, bisognerebbe che si moltiplicassero questi pomeriggi di luglio oziosi e accarezzati da un venticello dolce profumato di aghi di pino e frittura di pesce.

(1) Teacher Sarah; (2) Vieste

Codice 43

Noi tre siamo tornati ad essere stanziali. Abbiamo deciso che la vita sedentaria ogni tanto ci sta proprio bene. Bibi e Apo vanno a scuola tutte le mattine, hanno fatto nuove amicizie, comunicano nella loro lingua madre, il pomeriggio vanno al parco, la sera si addormentano nel loro letto romano, sempre lo stesso. Io mi dedico lentamente a svuotare gli scatoloni, a far tornare il luogo dove abitiamo casa nostra, e in più cerco lavoro, porto curricula in giro, faccio colloqui, spargo la voce e chiedo lettere di raccomandazione oltreoceano.

L’unico imperterrito che vuole rimanere zingaro per forza è lui, il quasi prof.

Da quando siamo tornati a Roma è sparito per qualche giorno per andare a Bruxelles a decidere del suo – e del nostro – futuro; dopo essere tornato alla base ha detto che aveva da fare a Udine e ce lo siamo giocato di nuovo; dopodiché, quando pensavo che ci potevamo rilassare, ha annunciato che tornava a Santa Barbara, dove in effetti avevamo un trasloco da finire, un conto in banca da chiudere, degli stipendi da  ritirare, diversi mobili e complementi d’arredo da vendere e molti giochi da regalare. Fatto sta che una mattina all’alba si è svegliato, ha preso un taxi e se ne è volato via, di nuovo in California. Senza di noi. Per quanto riguarda i prossimi mesi poi, per ora sappiamo che sarà a fine luglio a Barcellona, ad agosto a Siviglia, a settembre a Sestri Levante e ad ottobre ad Essaouira. Perché chi si ferma è perduto.

Se calcoliamo le volte che il quasi prof. ha varcato le soglie del suolo statunitense arriviamo ad un risultato approssimativo di 12-13 ingressi, controlli, perquisizioni, occhiate sospettose e attese estenuanti alla dogana dell’aeroporto di Los Angeles. Stavolta però qualcosa è andato storto.

Dopo essere avanzato lentamente lungo il serpentone di persone che aspettavano nell’enorme stanzone della dogana, con le solite luci al neon, il solito pavimento grigiastro con i puntini neri, le strisce divisorie di stoffa nera, le poliziotte ciccione che ti dicono di avanzare, stare fermo, far passare gli altri o cambiare fila, è arrivato finalmente al gabbiotto del solito ufficiale anziano, annoiato e arrabbiatissimo che deve decidere se puoi entrare o meno nel sacro e santo territorio degli Stati Uniti d’America. Lo sguardo truce e inquisitorio con cui ti guardano questi impiegati ti fa sempre sentire in colpa, cominci a pensare di aver fatto qualcosa di irrecuperabilmente illegale: non ti ricordi cosa, ma l’hai fatto. Gli porgi il pollice per le impronte digitali, poi le altre dita, poi avvicini l’occhio per farti scannerizzare la retina e il muso ingrugnito di chi ti sta di fronte non ti fa sperare nulla di buono. Fin qui niente di nuovo, regolare routine da ingresso in California. Stavolta però il tizio annoiato è impallidito, ha sgranato gli occhi di fronte allo schermo che (credo) gli stesse mostrando le informazioni relative al quasi prof., e si è lasciato scappare un “Fuck!”

Il quasi prof. ha sorriso e ha chiesto scherzando se ci fossero problemi. Il poliziotto, gelido, gli ha risposto: “Ti ricordo che non hai ancora toccato il suolo americano, ti consiglio di sorridere e di scherzare solo dopo che sarai entrato nel territorio degli Stati Uniti d’America”. Poi ha preso il telefono, ha fatto un numero e ha detto: “Abbiamo un codice 43. Ripeto, abbiamo un codice 43”. Infine rivolto al quasi prof., il quale era stanco, provato dal viaggio e a questo punto anche impaurito, ha intimato: “Fai immediatamente un passo indietro, vai al di là della linea gialla e resta lì finché non ti vengono a prendere. Immobile!”  Dopo due minuti sono venuti a prenderlo e l’hanno portato in una sala d’attesa piena di cinesi, dalla quale chiamavano ad uno ad uno per l’interrogatorio. Quando è toccato a lui la cosa si è risolta in poche domande di rito, per la durata di cinque minuti: “Che lavoro fai-Dove-Che tipo di ricerca-Dove abiti-Dove abiterai-Dove hai abitato-Perché-Quando-Come”. Alla fine l’hanno lasciato andare senza alcuna spiegazione né chiarimento.

Ora, ammetto di aver avuto in passato delle avvisaglie, tipo quando viveva in Svezia e lo perquisivano in continuazione pensando che fosse un clandestino siriano; o quando in viaggio di nozze, in Turchia, tutti gli si rivolgevano parlando in turco e pensando che fosse uno di loro; o ancora quando, in vacanza in Marocco, i mercanti del suk – estenuati dalle trattative – mi prendevano da parte e mi dicevano arrabbiati: “Tuo marito maghrebino! Tuo marito no italiano!”. Poi però non ci avevo più pensato, lo immaginavo come un tranquillo ricercatore esperto di biosensori al DNA, con la passione per il calcio, il tennis, la pizza napoletana e i viaggi low cost. Roba semplice, noiosa, ordinaria. Adesso invece vengo a scoprire che ho sposato un misterioso individuo che mette in allarme l’Homeland Security Department. Io non so cosa vogliano dire questi numeri, questi strani episodi, ma un significato ce l’avranno pure e qualcuno prima o poi dovrà dirmi la verità. È un mio diritto. Se poi ci fosse tra di voi una persona con dei contatti con la CIA, l’FBI o il Dipartimento di Stato, è pregato di mettersi in contatto con me e di spiegarmi chi è o che cos’è questo benedetto codice 43 che mi sono messa dentro casa. Lo devo sapere. Vi prego, aiutatemi.

Sessantatré

I vecchi, che bella invenzione. Sono una ricchezza e ci possono insegnare molto, i vecchi sono belli, soprattutto quelli che hanno tanti ricordi, che mangiano le mele cotte e che hanno le ossa piene di rumori, come dice Claudio Baglioni in una delle sue canzoni più poetiche.

C’è quella del piano di sotto, per esempio. La incontro – tutti i giorni – mentre faccio le scale a piedi con i bambini, ha la pelle gialla e grinzosa, una vocina stridula e un sorriso sempre accogliente. È gentile e mi chiede se ho bisogno di aiuto, fa le feste ai bambini e mi racconta dei nipoti: ormai sono grandi, e lei va per i novanta. Molto dolce, se non fosse che poi alle riunioni di condominio vengo a scoprire che in realtà ci odia e che sono innumerevoli i reclami nei nostri confronti, scopro che giorno dopo giorno compila una lista di mancanze/lamentele/problemi che a fine anno viene consegnata all’amministratore, l’unico incaricato di dare voce alle sue recriminazioni, visto che lei, quando la incontro – tutti i giorni – per le scale non se la sente di essere sincera e preferisce sfoderare il sorriso giallo e ipocrita della sua dentiera.

C’è quella che esce per fare la spesa a mezzogiorno, quando a Roma ci sono 40 gradi all’ombra. Trascina ansimante il carrello in una mano e il bastone nell’altra e decide di camminare in mezzo alla strada, perché il marciapiede proprio non lo può soffrire. Io – come al solito – sono in ritardo, ma non posso avanzare con la macchina perché la strada è sua e quindi aspetto, sperando che si accorga di me e che si metta su un lato, che inizi a correre all’improvviso, o che qualcuno se la carichi in spalla e mi rimuova l’intralcio. Invece no, lei avanza lentamente a piccoli passettini incerti e io decido di aprire il giornale e di mettermi a leggere.

C’è il vecchio del palazzo di fronte. Ultimamente ha deciso di prendere la tintarella e si mette su una sdraio nel suo balconcino di un metro per due con i piedi poggiati sulla ringhiera di ferro e con indosso solamente un paio di indecorosi mutandoni scoloriti. Ha la pelle flaccida e verdastra, i capelli radi e stinti, scoloriti tanto quanto i suoi mutandoni. Sta lì per ore con gli occhi chiusi e le braccia abbandonate sul pancione teso. È morto? Probabilmente no, ma di anni ne deve avere tantissimi, e questa scena che devo sorbirmi dalla finestra del salotto tutte le mattine mi ricorda tanto la locandina del film L’imbalsamatore.

C’è la tipa chiacchierona che ho incontrato dalla fioraia, voleva un bouquet da regalare alla mamma per il compleanno, “ma forse un fascio di rose sarebbe più appropriato o magari un’orchidea, ma perché invece una composizione no? Avete saputo cosa è successo alla nuora del barista? No? Mettetevi comode perché è una storia lunga…Hai visto quanto s’è ingrassata quella? Irriconoscibile!”.  Dopo cinque minuti la vorresti strozzare, perché è pettegola, perché ha un tono di voce troppo alto, ma soprattutto perché ha 73 anni. Mentre la madre, la festeggiata, ne fa addirittura, vergognosamente, 94. E quando la chiacchierona mi dice che in effetti la mamma inizia a perdere colpi mi viene solo da pensare: sarebbe ora!

I vecchi ti fanno tenerezza, soprattutto quelli che hanno gli occhi annacquati dalla pioggia della vita, la tosse secca e vanno in giro con una piccola busta della spesa, a volte ti mettono tristezza perché hanno la patta sbottonata e sembrano soli come pali della luce, nessuno li cerca e i figli non li chiamano mai. Vorresti metterli in macchina, portarli al mare, arrotolargli i pantaloni per  farli sguazzare a piedi nudi sulla riva. Sono bellissimi i vecchi, una grande ricchezza, una fonte di saggezza, patrimonio dell’umanità. Sì, Baglioni ha proprio ragione.

Eppure io da un mesetto a questa parte ogni volta che incrocio uno di questi individui mi arrabbio e mi chiedo perché abbiano vissuto tanto più a lungo di 63 anni. Inizio a fare i calcoli e penso che non sia giusto, che non si sono meritati in alcun modo di vivere 10, 20, 30 anni più di mia madre. Sono pensieri cattivi: lo so, mi dispiace, ma non ci posso fare niente. Non voglio offendere nessuno, non voglio mancare di rispetto, ma i pensieri ci sono e il moto di rabbia è un dato di fatto. Lo dico solo per avvertire, per mettere le mani avanti, perché mi sa tanto che io uno di questi giorni, con nonchalance e senza dare troppo nell’occhio, ne faccio fuori uno. E poi non dite che non avevo avvisato.